Quando il terapeuta perde la propria presenza

Enactment, micro-dissociazione e prospettiva intersoggettiva
Che cosa accade quando uno psicoterapeuta, pur continuando a condurre una seduta, perde temporaneamente la possibilità di riconoscere ciò che sta vivendo nella relazione con il paziente?
Non parliamo necessariamente di un terapeuta distratto, emotivamente sopraffatto o incapace di utilizzare correttamente le proprie competenze. Al contrario, può trattarsi di un professionista esperto, attento, tecnicamente preparato, che continua a intervenire in modo apparentemente appropriato.
Eppure, qualcosa nella qualità della sua partecipazione all’incontro si è modificato.
È a partire da questo problema che, nell’articolo Becoming Present. An Intersubjective Perspective on Therapist Presence, proponiamo una riflessione sulla presenza del terapeuta e sulle condizioni che possono temporaneamente comprometterla.
Essere presenti non significa soltanto essere attenti
La presenza terapeutica è stata approfondita soprattutto nella tradizione centrata sulla persona ed esperienziale, a partire dalle riflessioni di Carl Rogers. Essa non coincide semplicemente con la concentrazione sul paziente, né con la capacità di mostrarsi empatici o di applicare correttamente una tecnica.
Essere presenti significa partecipare pienamente all’incontro mantenendo, contemporaneamente, un contatto vivo con la propria esperienza soggettiva.
Il terapeuta presente è dunque disponibile a due dimensioni inseparabili: ciò che il paziente sta vivendo e ciò che accade in lui mentre incontra quel paziente. Le proprie emozioni, sensazioni corporee, intuizioni e reazioni non costituiscono necessariamente interferenze da eliminare, ma possono diventare risorse per comprendere il campo relazionale.
Da questa prospettiva, la presenza non è una prestazione. È una modalità di partecipazione all’incontro che rende possibile un uso flessibile e autentico delle competenze cliniche.
Quando l’esperienza del terapeuta diventa inaccessibile
Gli psicoterapeuti sono esposti a una notevole pressione emotiva. Per affrontarla possono ricorrere a strategie di regolazione, come la mindfulness e l’autocompassione, che rappresentano risorse importanti.
Esistono tuttavia situazioni nelle quali il problema non consiste tanto nell’intensità delle emozioni sperimentate, quanto nella difficoltà a riconoscerle.
Ogni terapeuta entra nella relazione clinica portando con sé non soltanto conoscenze e competenze, ma anche la propria storia relazionale, i bisogni affettivi che continuano ad attraversarla e nuclei di sofferenza personale che possono essere ancora attivi nel presente.
Tra questi, la vergogna può assumere un ruolo particolarmente significativo. Il terapeuta può sentirsi implicitamente inadeguato, incapace di aiutare il paziente, non sufficientemente competente o degno di riconoscimento. Queste esperienze non sono necessariamente disponibili alla consapevolezza: possono rimanere sullo sfondo, mentre il clinico reagisce alla relazione attraverso modalità abituali di protezione di sé.
Un’esperienza dolorosa può dunque continuare ad agire nel terapeuta senza essere sufficientemente disponibile alla sua consapevolezza riflessiva. Il clinico può continuare a parlare, formulare ipotesi, proporre interventi e persino manifestare empatia. Tuttavia, una parte significativa della sua partecipazione alla relazione rimane fuori dalla possibilità di essere riconosciuta e pensata.
La difficoltà, allora, non è semplicemente regolare ciò che si prova. È poter accedere a ciò che si sta provando.
Enactment e micro-dissociazione
Per comprendere questo fenomeno ci riferiamo principalmente alla psicoanalisi relazionale e alla teoria del campo analitico, mettendole in dialogo con la tradizione centrata sulla persona ed esperienziale.
Un concetto fondamentale è quello di enactment: un processo relazionale nel quale il terapeuta può ritrovarsi a riprodurre implicitamente modalità di rapporto sviluppate nella propria storia, mentre il paziente partecipa alla configurazione che prende forma nell’incontro.
Non è però sufficiente che un paziente richiami una figura significativa del passato perché un determinato schema relazionale si riattivi. Proponiamo di considerare la particolare convergenza tra il modo in cui il paziente si pone nella relazione, la storia relazionale del terapeuta e i nuclei di sofferenza, i bisogni o gli stati soggettivi che sono attivi nella sua esperienza presente.
Immaginiamo, per esempio, un terapeuta che abbia sviluppato nel corso della propria storia la necessità di sentirsi competente e capace di rispondere ai bisogni altrui per mantenere un senso positivo di sé. Di fronte a un paziente che sembra non beneficiare dei suoi interventi, potrebbe riattivarsi un’esperienza di vergogna legata al sentirsi inadeguato. Il terapeuta potrebbe allora reagire intensificando gli interventi, moltiplicando le spiegazioni o assumendo un atteggiamento eccessivamente tecnico, senza riconoscere il bisogno personale che sta contribuendo a organizzare la relazione.
All’interno di queste configurazioni può verificarsi ciò che proponiamo di chiamare micro-dissociazione.
Con questo termine non intendiamo introdurre una nuova categoria diagnostica, né descrivere un costrutto psicologico già empiricamente accertato. Lo utilizziamo come ipotesi interpretativa per indicare una temporanea e circoscritta riduzione della possibilità del terapeuta di riconoscere aspetti della propria esperienza che, pur rimanendo attivi, continuano a organizzare implicitamente la relazione.
La micro-dissociazione, così intesa, non coincide necessariamente con una dissociazione strutturale della personalità. È un processo situazionale, potenzialmente sottile e transitorio.
Il terapeuta può dunque essere intensamente coinvolto nell’incontro e, nello stesso tempo, non essere pienamente presente a ciò che di sé vi sta partecipando.
La presenza come possibilità di integrazione
Da questa prospettiva, la perdita di presenza non dipende necessariamente da una carenza di attenzione, motivazione o competenza. Può derivare dal fatto che aspetti dell’esperienza soggettiva del terapeuta, soprattutto quando dolorosi o incompatibili tra loro, non riescono temporaneamente a coesistere nella sua consapevolezza.
La conseguenza clinica è rilevante: ciò che il terapeuta non riesce a riconoscere di sé può contribuire a determinare il modo in cui comprende il paziente, interpreta le sue comunicazioni e sceglie come intervenire.
Recuperare presenza non significa allora imparare a controllare meglio le proprie emozioni, né liberarsi delle proprie vulnerabilità. Significa poter riconoscere, accogliere e integrare aspetti della propria esperienza che erano diventati temporaneamente inaccessibili.
È qui che la supervisione può assumere una funzione decisiva.
Nella prospettiva proposta nell’articolo, la supervisione non è soltanto un luogo nel quale un professionista più esperto aiuta un collega a comprendere un caso o a perfezionare le proprie scelte tecniche. È soprattutto un incontro intersoggettivo nel quale il terapeuta può essere aiutato a riconoscere come la propria esperienza personale stia partecipando alla costruzione della relazione clinica.
Quando il supervisore e il gruppo offrono un contesto caratterizzato da presenza, accettazione e comprensione, aspetti dolorosi dell’esperienza del terapeuta, fino a quel momento difficilmente riconoscibili o esprimibili, possono diventare accessibili alla riflessione. Anche la vergogna, anziché essere ulteriormente alimentata dal timore del giudizio professionale, può trovare condizioni relazionali che ne rendano possibile il riconoscimento.
L’obiettivo non è eliminare la sofferenza personale del terapeuta, ma favorire la comunicazione tra parti della sua esperienza che, nel contesto dell’enactment, erano rimaste temporaneamente separate.
L’integrazione che può derivarne modifica non soltanto il modo in cui il terapeuta comprende se stesso, ma anche le sue possibilità di incontrare il paziente.
La presenza terapeutica, in questa prospettiva, non è una qualità stabile che il clinico possiede una volta per tutte. È una modalità relazionale di esistenza che può restringersi e riemergere nel corso dell’incontro.
La supervisione può contribuire a questa riemergenza non tanto insegnando al terapeuta a essere presente, quanto offrendo le condizioni relazionali perché possa ritrovare una capacità di integrazione già potenzialmente disponibile.
È questa l’ipotesi che sviluppiamo nell’articolo originale, attraverso un’illustrazione clinica che consente di osservare come la partecipazione soggettiva del terapeuta possa trasformarsi e come, insieme a essa, possa modificarsi la qualità dell’incontro terapeutico.
Per approfondire
Questo contributo presenta in forma sintetica la cornice teorica dell’articolo scientifico:
Salvatore, G., Buonocore, L., Marciano, R., Proto, M., Baione, M., Cavallo, F., Pentagallo, G., Petrosino, G., Rizzo, A., & Rossi, A. Becoming Present. An Intersubjective Perspective on Therapist Presence. Person-Centered & Experiential Psychotherapies (articolo accettato per la pubblicazione).
Per richiedere informazioni sull’articolo integrale, è possibile scrivere all’autore corrispondente: studiomaya2015@libero.it
Autore
Gianpaolo Salvatore
Psichiatra, psicoterapeuta, criminologo.
Professore associato presso Università Telematica Pegaso. Docente presso la Scuola di Psicoterapia Psicodinamica ad orientamento socio-costruttivista (P.P.S.I.S.C.O di Lecce). Fondatore e direttore del Centro Clinico Studio Maya di Salerno. Autore di più di cento pubblicazioni – tra articoli scientifici e capitoli in volumi internazionali – incentrate sulla psicopatologia e il trattamento dei disturbi di personalità e della schizofrenia.
