Due persone in una stanza

Relazione terapeutica 5 min di lettura 21 ottobre 2026
Due sedie in filo di ferro e carta rossa, una di fronte all'altra

Non sono poi tante le situazioni in cui due persone sono sole in una stanza.
Da una parte c’è tutto il mondo della intimità, dall’altra ci può essere l’esatto contrario.
Un medico in un ambulatorio, un prete in un confessionale, un professore durante una ripetizione, un impiegato e un cliente e forse poco altro.
Qualche volta è stato scritto, e anche egregiamente, sul coraggio del paziente nel chiedere una psicoterapia; nell’incontrare un perfetto estraneo con cui probabilmente avrà a che fare per un bel po’… del costo molto alto in termini di tempo, di lavoro interiore e, non ultimo, economico.
“Stesso giorno, stessa ora”, come un medicamento, un appuntamento con sé stessi che, nel migliore dei casi, troverà una sentinella attenta che non si riduca ad un lavoro intellettuale o razionalizzato, fino al suo esito speriamo felice, in mezzo a centinaia di variabili e alla vita che scorre.
Meno spesso si parla del terapeuta, di chi ha scelto questo “magnifico mestieraccio”, decidendo di passare molto tempo della sua vita, appunto, chiuso in una stanza con un’altra persona.
Poco si dice sul fatto che anche per lui o per lei, l’altro sia inizialmente un estraneo, un non conosciuto, delle fantasie della prima volta e su ogni seduta.
Poco si dice sul lavoro personale che c’è dietro, nel migliore dei casi. Analisi personali di dieci, quindici anni a tre, quattro volte a settimana. Raramente al pubblico arriva la consapevolezza della formazione e, anche lì, dei suoi innumerevoli costi.
Il paziente è solo col terapeuta, ma anche il terapeuta è solo.
E ci sono momenti in cui una parola o un silenzio influenzeranno uno dei potenziali futuri possibili.
Come un chirurgo che finché non apre non può sapere al millimetro quello che sarà meglio fare, come sarà più opportuno muoversi.
Ma di solito un chirurgo ha con sé un vice, un anestesista, una ferrista, un infermiere.
Uno psicoterapeuta è solo, a cercare di aiutare a riparare quel tessuto strappato. Ha solo il suo interlocutore, che per molto tempo, come facciamo tutti, cercherà di evitare “dove fa male e perché fa male”.
E allora ci sono interventi che durano anni, cose che saranno sapute, ricostruite, alleanze e un tipo di conoscenza che non nasce da come prendi il caffè ma dalle risposte che dai o non dai, da un sospiro, da un sorriso o una battuta.
Da una fiducia che si deve, giustamente, meritare.
Nessuno parla della fine della giornata del terapeuta, dei suoi flash, delle sue domande, delle sue elaborazioni, dei suoi dubbi.
Anche se ha la fortuna di avere dei colleghi amici, condizione necessaria alla salute mentale e proteggersi dal rischio di un narcisismo che si dà tutte le risposte (come “supposto sapere”), inizia un’altra catena di domande: come riuscirò a comunicarti quello che è successo nella stanza? Con quella persona? In quel momento?
In questo senso anche, solitudine.
Nei casi peggiori è isolamento, nei casi migliori una dimensione individuale di interrogazione e flusso interno, conscio e preconscio, sogni inclusi.
Il bisogno di un interlocutore, di poter pensare a voce alta, di un “altro da me”, che sia diverso da me, con un’altra storia, un altro punto di vista rappresenta allora la differenza tra uno stagno e un laghetto. Senza immissari ed emissari, un sistema chiuso va verso la palude.
Palude così, può essere una mente, una famiglia, una relazione, una scuola di pensiero, un corso di formazione, una teoria, una convinzione.
Che diventa facilmente superbia, ottusità e dittatura.
Che stabilisce rapporti di Potere, uno sopra e uno sotto, annullando la democrazia e il suo principio fondante del suffragio universale: ogni persona un voto, ogni persona la sua voce.
“Ti do la parola” è uno dei principi umani più belli dall’inizio del mondo.
La metà del regalo più bello che si può fare.
Ad un figlio, ad un amico, ad un partner, ad un collega, ad un paziente.
L’altra metà è fare un passo indietro dentro di sé e dare ascolto, lasciarsi toccare nelle proprie corde e fare risuonare la musica dell’altro.
Due persone.
In una stanza.

Autrice

Dott.ssa Paola Sacchetti Rossi

Paola Sacchetti Rossi

Psicologa, psicoterapeuta, psicoanalista membro associato della SPI (Società Psicoanalitica Italiana) e membro IPA (International Psychoanalytical Association), specializzata nei Disturbi del Comportamento Alimentare. Fondatrice di AISPED (Associazione Italiana Studio e Psicoterapia degli Eating Disorders), Supervisore d’Equipe e Clinico di Comunità. Fondatrice di Lexi, ne presiede il Comitato Scientifico.